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Full text of "Di alcune opinioni politiche popolari in Italia / di Maurizio Tarchetti."

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DI ILCtNE OPINIOIM 



POLITICHE POPOLARI 



IN ITALIA 




DI 



JllitURIZIO TARCHETTI. 






* 




ALESSANDRIA 

Punsso i,A Ved. GABETTI ed OTTOLlìNI EoiTor.i. 

1848. 




# 



DI ALCraK OPINIOI^ìI 



POLITICHE POPOLARI 



IN ITALIA 



DI 



MàKSUXlO TjIlRCHKTTI. 





ALESSANDRIA 

Pbesso ti Vcd. GABETTI ed OTTOLINI Editor. 

1848. 



Gli editori intendono di godere dèi privilegio 
accordato dalle vigenti leggi. 



Tipografia Guidetti con permissione. 



Sommario. 



Debolezza del partito retrogrado: mezzi legali dei progressisti: 
varie classi di retrogradi: lontana origine delle Riforme j motivi 
che le ritardarono: accuse contro i Nobili: i veri Nobili av- 
vantaggiarono: erronei giudizi i contro i Principi: criterio per 
conoscere se le dimostrazioni d' affetto sono sincere nel popolo : 
ì Principi Riformatori sono pitt felici di quelli che amano r an- 
tico sistema : i Ministri in genere j Guizot e Metternich : Grego- 
rio xri e Pio IX : disciolta la questione austro-ferrarese : e ine- 
vitabile si j o no una guerra? i soldati non sono parricida: e 
lecito infrangere i trattati ? la storia dei fatti lo fa lecito. Con- 
clusione. 



La rivoluzione politico -morale * avvenuta in questi 
giorni nei tre Stati Italiani è veramente mirabile. Non 
spargimento di sangue, nessuna lotta tra Governanti e 
Governati, nessuna confisca, nessun* esiglio, nessun' atto 
durevole di prepotenza, nessun' azione arbitraria che non 
sia stata frenata sul nascere e così riuscita impotente nel 
compromettere il novello ordine di cose. No , diciamolo 

* Rivoluzione secondo il Balbo, chiamasi, qualunque gran com- 
plesso di mutazioni sociali in qualunque modo si facciano: legali, 
innocue e per lo più lente; ovvero tumultuarie; violente e per lo 
più pronte. 



pure a nostra gloria; ma gli italiani in tutte le città ove 
diedero i primi segni di risorgimento si mostrarono degni 
di godere il beneficio che la civiltà e la religione ha pro- 
clamato al mondo con bandiera spiegata. Amorevolezza e 
fratellanza, scambio reciproco di idee e di rette opinioni 
tra individui ed individui di tutti i ceti, tra Re e sudditi 
furono le impronte del carattere dell'indipendenza sancita 
dai Principi Riformatori. Vi furono, e non giova ne igno- 
rarlo ne nasconderlo, delle segrete macchinazioni, dei ten- 
tativi con mezzi ridicoli e deboli, che forse non sono 
ancora affatto creduti infallibili da certuni, vi furono e 
vi esistono dei mali umori privati e delle pubbliche te- 
traggini, delle corrispondenze micidiali tra i conservatori 
dell'antico sistema e coloro che vorrebbero qualunque 
atto che sa di giustizia, distrutto ed annientato, ma ciò 
da quanto occorse e da quanto si è osservato nei succes- 
sivi regolamenti e leggi dei governi non servì ad altro che 
a rendere più numeroso il partito della buona opinione, 
ad attirarvi i timidi ed incoraggire i Principi ed i Mini- 
stri a proteggere e sostenere un' andamento che ha radice 
nel Cristianesimo. 

Se la causa del partito vincitore non fosse equa, non 
fosse quella che si lega per istinto in ogni popolo avreb- 
be potuto signoreggiare come ora fa e camminare con 
alta la cervice in segno di trionfo? e 1' avrebbe potuto 
con quei mezzi che ha conseguito la vittoria, mezzi tutti 
morali e non di forza, mezzi, quasi diremo, dialettici, 
filosofici, e non di compressione, d'inganno e di perfìdia? 
dove sonosi ordite le congiure? dove s' ascosero i stipen- 
diati sicarj? dove erano i patti con armati ed armate pronte 
ad un segno a rivolgersi o contro i Re o contro li stessi 
regi soldati? dove i conciliaboli alla giacobina? dove i 
germi rivoluzionari pel dÌ3ordine , peli' anarchia? in nes- 
sun luogo, no, in nessuna parte meno che nell' immagi- 
nazione dei paurosi, nell' ostentazione di certi cortigiani 



e nella necessità di farli credere esistenti da coloro che 
corpo ed anima s' avviticliiano al sistema delP egoismo. 

Se il partito che non ebbe mai a sua disposizione au- 
torità, oro, armi ed armati, ma fu invece nei tempi ad- 
dietro perseguitato, ora ha vinto, non è segno evidente 
che a poco a poco si ribellarono gli uòmini dalla setta 
dei retrogradi, che a poco a poco la verità si impadronì 
dei cuori e che sia per vergogna, sia per coscienza ab- 
bracciarono tanti e tanti il sistema dell' indipendenza e 
spogliaronsi dei pregiudizii succhiati col latte da padre in 
figlio? E inutile: il partito dell'opposizione è debole, bi- 
sogna che cada; anzi è già caduto perchè non seppe re- 
sistere apertamente all'entusiasmo pressoché universale dei 
popoli all'eco delle nuove Riforme, perchè alla fin dei 
conti si lasciò vincere da uomini né grandi per ricchezze 
ne grandi per cariche ne grandi per titoli, ma da uo- 
mini quasi privati che con un coraggio maraviglioso osarono 
col sacrifizio della quiete loro pronunciare delle verità in 
faccia ai Regnanti, in faccia ai popoli, e chiamar gli uni 
a sostenere quel decoro che rende lustro alla corona , e 
scuotere quel giogo che lo straniero aveva fatto longamente 
pesare su di essi, e gli altri a chiedere con mo^li onesti 
e legali quei diritti che hanno diritto d'avere gli uomini 
nella società avanti le leggi , innanzi Iddio. 

Che cosa tenteranno i Retrogradi ridotti à così debole 
esistenza? Tutto, ma inutilmente; lo speriamo, e pazienti 
si rassegneranno. Noi abbiamo già profferito più volte la 
parola Retrogrado , ed è anzi parola del giorno che si ri- 
pete continuamente da molti qualora si vuol' intendere di 
persona o setta o partito non affezionato od oppositore al 
nuovo andamento d' Italia. Per più motivi non si può es- 
sere affezionati al nuovo andamento, come pure per vari 
motivi si può esserne oppositori anche riconoscendolo 
buono. 

I.'' Per ignoranza, ossia pei semplicità, e semplicisti è 



Lene chiamar coloro che dalle altrui insinuazioni si la- 
sciano indurre in errore, e temono che l'odierno movi- 
mento o tardi o tosto debba generare una crisi politica 
feconda di triste e lagrime voli conseguenze; quindi desi- 
derano non di tornare indietro ma il mantenimento del- 
l' ordine antico come che agli occhi loro il più pacifica 
ed il più benefico alla società. 

2.^ Per troppa alteriggia e per vana gloria ; sicché non 
volendo intender ragioni ne essendo capaci di convinzione 
non comprendono la sostanza delle nuove leggi, se ne 
esagerano gli effetti e si ostinano a vedervi dentro un 
male, un pessimismo che non vi esiste, e s'immaginano 
essere queste un fuoco fatuo di una durata non lunga e 
di facile caduta — Questi originali non vanno confusi con 
i semplicisti^ perchè i semplicisti pensano e ragionano colla 
altrui testa ed accettano per buona qualunque opinione 
sia morale, sia politica, sia civile basta che ad essi venga 
insinuata o suggerita da persone che abbiano fama di one- 
stà e probità. Sono insomma in tutto e per tutto sempre 
di buona fed^5 mentre gli altri fanno da se ogni cosa e 
vogliono e dicono e sostengono quanto nella caparbia cer- 
vice ma éfchinano, frullano, elaborano. 

3.*^ Per malignità, per interesse, per puntiglio: Questa 
è la classe la più obbrobriosa, è la classe che in tutta 
estensione del termine potrebbesi chiamare dei Retrogradi, 
perchè senza far conto del bene e del male, del possibile 
e dell'impossibile si maneggiano a tutt'opra d' uomo per 
comporre quel reggimento politico che più a tirannide s'ac- 
costa , come meglio confacente a malnati disegni. A que- 
sta classe appartengono tutti coloro che hanno immerita- 
mente ottenuto dai Principi, titoli, onori e potere, che 
hanno accumulato con tergiversazioni infami dell'oro, del- 
l' oro, e che mediante l'assurdo diritto delle impunità 
ebbero il mezzo di sortire liberi da qualunque conventi- 
cola dannosa allo stato, alle famiglie, agli individui. Co- 



7 

storo nulla credono soggetto al Principe quando trattasi 
del proprio interesse ma a sé stessi il Principe vogliono 
e pretendono soggetto; quindi nel mentre si studiano per 
esaltarlo, per farlo grande in privato, lo rendono poi con 
i consigli ingannatori, odiato ed esoso al pubblico. Costo- 
ro poi fanno la guerra ai Principi ogni volta che non li 
hanno amici nelle perfidie; e così fanno guerra ai Prin- 
cipi Riformatori perchè da essi vien tolto l'utile che s'a- 
vevano senza le molestie che si hanno i Principi per il 
bene dello stato, e perchè trovansi ad un tratto spogliati 
d'ogni privilegio ed assoggettati alle medesime leggi cui 
deve obbedire qualunque cittadino. Questi oscurantisti non 
si fanno scrupolo di tentare il tutto onde soffocare nei 
Pricipi ogni sentimento generoso del cuore. 

I Principi Riformatori che hanno progredito col secolo 
seppero finalmente liberarsi della vicinanza di costoro se- 
gnando l'era della redenzione italiana. Necessario era il 
cambiamento: da anni ed anni maturavasi e getta vansi 
già i germi all' epoca tremenda delle guerre civili di Fran- 
cia , in quella rivoluzione in cui migliaja e migliaja di 
teste caddero: il più attendere poteva diventare pericolo- 
so, e r anima dei moderati ed il contegno nobile dei quie- 
tisti sarebbe stato un' argine troppo facile contro 1' entu- 
siasmo dei buoni. Questo risorgimento è lavoro preparato 
col sangue ! è stato dibattuto colle guerre Napoleoniche , 
fu più e più volte dal i8i5 a questi giorni tentato, ma 
invano! Ora tardando sarebbe stato perduto il frutto di 
tante pene, di tanti studj, di tante lagrime, di tanti esi- 
gli, di tante sentenze di morte! Si è inutile nasconderlo, 
ma la nostra indipendenza ha orìgine dalla rivoluzione 
Francese e da tutti quegli sforzi che disuniti a nulla val- 
sero, avvenuti non solo in Italia, ma nella Spagna, Fran- 
cia, Polonia, Grecia, Irlanda, Egitto, Cracovia! Gli uo- 
mini furono ammaestrati dall'infortunio e conobbero che 
la libertà non si acquista sempre colla forza, che anzi la 



8 

forza armata è mezzo incerto, ed inasprisce chi siede alt© 
nel potere quando riesce infruttuosa, ma coti altri mezzi 
e più potenti e sicuri, incarnando nei popoli un'opinione, 
mostrare ad essi la necessità d' aver voce presso i Princi- 
pi, con modi legali, e dire francamente ai Principi non 
potere non essere i padri dei popoli a loro divoti. Come 
mai adunque pervenute queste verità all'orecchio dei Prin- 
cipi non avrebbero potuto farne conto e disdegnare invece 
d'unirsi ai voti dei popoli? Taluno dirà, e perchè tanto 
si fecero desiderare le riforme? Più sono le cagioni; le 
precipue sono, i.^ perchè i popoli tennero sempre vie tu- 
multuose,- 2.^ perchè sempre pretesero più di quanto è 
conciliabile col mantenimento d'una politica ferma, equa 
e gloriosa: 3.* perchè mai come ora s'intesero a vicenda 
Governanti e Governati : 4-° perchè le due parti man- 
carono della dovuta esperienza del mondo, 1' una sempre 
diffidente dell'altra: 5.° perchè i Principi anche con buone 
intenzioni di favorire l'indipendenza Italiana dubitarono 
delle forze loro e non si credettero mai abbastanza uniti 
per far causa da essi , togliersi dalla tutela delle nazioni 
dominatrici dì grandi stati. Ora poi che sono concigliati i 
voleri e gl'interessi dei Principi italiani coi sudditi loro, 
che tutto è unione, è armonia chi oserà d' opporsi aper- 
tamente alla sanzione delle nuove leggi che tutelano la 
salute pubblica, la pace domestica, le ricchezze dello sta- 
to, che ammegliorano gli ordini sociali ed innalzano alle 
invasioni degli esteri edalle interne reazioni un'insormon- 
tabile baluardo? 

Dopo d'aver discorso in genere di coloro che armano 
pretesti di scontento pelle nuove Riforme e ligi ad ogni 
antico sistema si palesano non sarebbe lecito senza taccia 
di rimprovero il passare sotto silenzio' di quanto, in parte 
almeno si va dicendo contro il patriziato. Si dice che i 
nobili non sono amici del nuovo sistema di cose, e ciò 
si vocifera e si sostiene anche per più ragioni, alcune prò- 



■ 9 
Labili, altre vere, altre dubbie. Fu osservato non In una 
città ma in molto non essersi mossi a dimostrazioni verso 
il benefico Principe; aver essi tenuta nascosta al pubblico 
la notizia die già conoscevano prima che venisse official- 
mente annunciata 5 essersi mostrati meno popolari, meno 
allegri 5 ma scuri e sombri ed in colloquii segreti concen- 
trati; aver poi mostrato giubilo quando il Re indirizzava 
l'ordine ai Governatori perchè tutto rientrasse nell'ordine 
primitivo. Il qual' ordine non compreso da essi nelle con- 
versazioni lo leggevano, lo comentavano e conie il segnale 
d'un torna indietro lo accarezzavano. Sono poi giuste 
queste accuse? E, o non è vero che l'Aristocrazia sta 
contro le nuove Riforme? Siamo sinceri: vi è esagerazione 
e vi è della verità : come avrebbe potuto aver luogo l'ac- 
cusa se non se ne avessero almeno almeno dei dati pro- 
babili? D'altra parte alcuni nobili si sono dichiarati a- 
pertamente pel nuovo ordine e non ebbero pena di dire 
che tra i suoi vi esistono mali umori. La confessione 
d' una parte stralciata dal tutto impone abbastanza. Ecco 
adunque che tra i nobili vi è disunione e che non è o- 
jiesto il dichiararli tutti oppositori; ma è necessario di- 
stinguere nobili da nobili, come è forza distinguere i non 
nobili tra di loro. In ambo le classi vi è della feccia , e 
la feccia è sempre più vile che il bassissimo ineducato 
volgo. Il popolo è troppo severo ne'suoi giudizii e ^li ba- 
sta che un'individuo non dia le dimostrazioni come egli 
le da per giudicarlo tosto sinistramente. I nobili che han- 
no preso parte al risorgimento italiano sono, i migliori 
cioè, gli onesti, i savj , gl'illuminati, i colti, gli operosi 
non diffidenti nell'avvenire ma forti della propria opinio- 
ne, del proprio valore personale: sono pochi, ma e con 
ciò? non basta un drapello di eletti contro una schiera 
numerosa d'imbelli eunuchi? d'altra parte il patriziato 
non è tanto numeroso come il ceto medio. E quindi non 
poteva figurare in tanti; il ceto medio sentiva il bisogno 



IO 

di respirare mentre il patriziato non ne aveva necessità e 
per questo non poteva anche non contrario alle Riforme, 
conoscerne sulle prime il vantaggio. Concediamo pure che 
i nohili siano contrari: e lo saranno poi sempre quando 
a mente calma considereranno che nulla hanno perduto 
perchè pochissimo gli rimaneva da perdere ? Infatti in 
che cosa erano favoriti dalle leggi in questi tempi ? in 
poco e quasi nulla perchè già da anni ed anni avevano 
perduto il diritto di salvo-condotto, tutti quei privilegi 
che erano proprii del feudalismo e più nessun ribaldo era 
salvo or ora nei loro castelli 5 impunemente non potevano 
più far man bassa sui birbi e sugli onesti cittadini j nes- 
sun podere protetto 5 assoggettati come il non nobile alle 
medesime contribuzioni né più pretendere come eredità i 
primarii gradi nella milizia ed a corte. Diciamolo pure 
quando trovavano indulgenza presso i tribunali era per 
un timida eccessione di chi vi presiedeva e non della leg- 
ge, era piuttosto un' ultimo avvanzo d'abuso non corretto 
con energia che altro perchè quando s'abbattevano in per- 
sone ostinate e non paurose o tardi o tosto venivano con- 
dannati. L' astio che vi esiste tra il patriziato ed il medio 
ceto è piuttosto efietto della triste memoria per quell'epo- 
ca di privilegi anticristiani, antiumani che sostanza di fat- 
to. Ma i nobili galantuomini e virtuosi ne approfittavano 
forse ili danno delle persone oneste? se ne servivano per 
commettere delle prepotenze? certo che no, la virtù è di 
tutti i tempi, e buoni ve ne furono e ve ne sono ancora. 
I nobili d'' oggi giorno educati a sentimenti più generosi 
non vorrebbero certo vedere quei tempi caliginosi, la sola 
idea del ritorno deve cagionargli dolore, come siamo certi 
si saranno addolorati ogni volta che nel nostro secolo un 
qualche nobile profittando del titolo , grado od autorità 
come* cosa imponente, non ebbe ritegno di addentrarsi 
in atti illegali, di abusare della giustìzia a lui commessa, 
di circondarsi impudentemente di usuraj, di ribaldi e di 



1 1 

donne di fede venduta. Oh si! i buoni fremettero all'idea 
che i motti ingiuriosi a tutta la classe spettavano, nessu- 
no distìnto. Ripetiamolo adunque, i nobili virtuosi hanno 
pili avvantaggiato che perduto: i.'' perchè ad essi i pri- 
vilegi poco giovavano non permettendoglielo la coscienza 
di usarne: a."* perchè dall'abuso che ne facevano parecchi 
ne portavano anch'essi odio e maledizione: B."" perchè es- 
sendo ora in faccia la legge abolite le due classi non vi 
è più motivo di rancore: 4-° perchè ad essi non può ve- 
nir meno né onori né stima essendo in balìa loro il pri- 
meggiare. Se così è, chi ha perduto? i nobili incapaci 
di innalzarsi al disopra della buona opinione , e nulla i 
galantuomini, e se alcuni di questi si credessero abbassa- 
ti , umiliati dalle Riforme s'ingannerebbero assai non es- 
sendosi creato né un severissimo tribunale contro il pa- 
triziato simile a quello dei Censori presso i Romani , né 
simile a quello degli Efori presso i Lacedemoni , né dei 
Legisti presso gli Ateniesi, né degli inquisitori di stato 
presso i Veneziani. Insomma, ben considerato l'ordine 
novello, è impossibile che i nobili permeltino più a lon- 
go che sì dica « Voi , sino a che i Principi ingannati 
proteggevano il vostro egoismo li eravate amici : ora che 
non vi credete più protetti li movete guerra » E non so- 
no in voi i mezzi per essere nuovamente i protetti? Se- 
guite quanto scrive il Conte di Salmour e sarete amati 
e riveriti. « Importa assai che il patriziato non dimentì- 
» chi che la sua importanza come classe è finita, e che 
» se al cominciar di questa nuova era i suoi membri go- 
» dono ancora di alcuni vantaggi, questi si andranno pre- 
» sto perdendo nel cammino ove si addormentino, e non 
» si travaglino a conservarli col loro franco e generoso 
» procedere. Egli non è sui privilegi che i patrizi debbo- 
» no fare assegnamento per acquistare influenza, ma egli 
» è invece coi loro meriti , colla loro operosità indivi- 
)) duale che essi l'acquisteranno, ove realmente ed effica- 



12 

» cernente lo vogliano Giova pertanto ripetere che 

» nel loro interesse , siccome in quello del loro paese , 
» debbono i patrizi con ogni loro forza , con ogni loro 
» potere, e con tutti quei sacrifizi che sono possibili col 
» loro onore , adoprarsi a cattivare la confidenza delle 
» altre classi; se si presteranno spontanei a tutto ciò che 
» può addurre la stretta unione delle classi della società; 
» se entreranno francamente nell' aperta carriera d' ogni 
» progresso civile, assumendo nella nuova condizione di 
» cose quel posto che loro si addice 5 se in fine associe- 
» ransi di cuore e dì opera con tutti i buoni , di qua- 
)) lunque condizione o fortuna siano; per promuovere, ac- 
)) crescere ed assicurare il ben' essere e la tranquillità pub- 
)) blica » — Il Conte di Salmour ha ragione: gli diano 
retta i nobili. 

Vi è ancora un' altra classe di nobili : ma questa me- 
rita poco riguardo in uno scritto; è troppo conosciuta per 
poter essere di danno alla causa del risorgimento, ha più 
parte che azione, perchè non è tenuta in gran conto ne 
dai borghesi ne dal patriziato; i borghesi la disdegnano 
compagna, il patriziato se ne serve solo per mezzi a luì 
secondarii non dandole mai una parte importante; e quin- 
di ne viene che se questi nobili fanno progetti, o non 
sono ascoltati o presto conosciuti dal pubblico, e sventati 
cosi prima quasi di nascere; se poi dannosi l'aria di es- 
sere qualche cosa diventano i buffoni delle conversazioni 
patrizie ed il zimbello dei borghesi. In tutto e per tutto 
interessano sempre poco; e per sopra più se a caso con- 
cepiscono qualche buona idea o qualche degno consiglio 
non ne hanno mai lode , ma la lode ed il merito è tutto 
del patrizio a cui sono colleghi in impiego, od altro. Le 
macchinazioni di questi nobili , conosciuti col nome dì 
fresca data, quantunque possano essere maligne, astiose 
e tenebrose non saranno mai seguite da un pubblico di- 
sastro ma solo colpiranno un qualche segregato individuo. 



i3 

Questi nobili non vanno confasi con quelli che non con- 
tano nobiltà per nascila ma per meriti personali, e chi 
diventa nobile per merito personale non è mai di fresca 
data y perchè la stima è con lui*, mentre nessuna stima 
avrà mai quel tale che insuperbisce per un nastro otte- 
nuto o a forza d' oro, di protezioni, in virtù di qualche 
diploma o delle macchinazioni di corte ^ od in fine pel- 
r incrocciamento dei matrimonii. Non temiamo adunque 
dei nobili di fresca data: V indipendenza italiana sancita 
da Principi indipendenti non deve nò curarli, nò temerli^ 
ma passar oltre. 

Vi è poi un'altra maniera di vedere e giudicare le cose 
dello Stato: è quella del popolo che o indotto in errore 
dai maligni, o non abbastanza istrutto negli affari politici 
s'immagina che tutto dipenda dalla volontà ed azione del 
Principe, e crede che i Principi conoscano quanto si fa 
e si dice dai sudditi e che a lui spetti provedere con 
buoni comandi. Il lamento non ò immaginario, ma esiste; 
ed esiste non solo nella infima classe, ò venuto e viene 
anche dall' alto: è in questi per un fine sinistro? lo cre- 
diamo: la cosa adunque è vera, e nessuno può dire di 
non aver mai ascoltato le seguenti o peggiori esclamazio- 
ni — Il Re dovrebbe far questo : non ha fatto bene a pro- 
teggere quel tale: doveva premiar quell'altro: doveva dare 
delle leggi più uniformi: non ha punito abbastanza: non 
doveva far grazia: doveva andar lui in persona: ecc. ecc. 
come pure si ascolta sovente — Se io fossi Re : se fossi 
nelle «veci del Re: se comandassi come un Re! ecc., ecc. 
Diciamolo apertamente, sindacare così i Principi è inone- 
sto, e ingiuroso. Bisogna che il popolo si persuada sul- 
l'impossibilità nei Re di conoscer tutto e saper tutto: il Re 
alla fin dei conti circondato dal prestigio del nome, dal 
fasto, dalla ricchezza e dal potere non è altro che un'uomo 
che ha virtù e passioni, un'uomo soggetto ad essere ingan- 
nato più di qualunque altro, e che atteso gli immensi altri- 



bufi deve lasciarsi guidare da consiglieri non sempre fidi , 
lìon sempre giusti. Ricapitoliamo: come è possibile che un 
Re conosca i bisogni tutti degli scienzati se non ne è ad- 
dottrinato dallo scienziato ? come conoscerà Egli i bisogni 
delle arti, del commercio sen^a chi glieli faccia presenti? 
come saprà i mali e gli abusi che si riscontrano nelle 
amministrazioni, il modo di regolare le doganali tariffe; 
quali privative a togliersi e quali a concedere 5 quali or- 
dini da sopprimere-, come riordinarsi i tribunali criminali; 
quale guarentigia da darsi alla pubblicità nei dibattimen- 
ti; come togliere nella procedura civile l'arbitrio del giu- 
dice, come determinare gli uffici d'ognuno, ecc. ecc. senza 
che vi siano persone che lo chiariscano? perchè i Princi- 
pi facciano il bene è necessario che sappiano come farlo: 
sono eccessioni quando un Principe si ostina nella via del 
falso conoscendo i lamenti del popolo, se vi si rifiuta al* 
lora non è più degno del nome di Principe, ed il popolo 
ha diritto di prima pazientare, poi mormorare, poi ri- 
spettoso supplicare, finalmente troncare ogni legame. E 
quale è il padre così snaturato che preferisca di precipi- 
tare il figlio piuttosto che dividere seco lui una parte dei 
beni che fruisce: ripetiamolo: se i Re non fanno il bene 
non è per mal' animo, è perchè sono sovente ingannati; 
è pella mancanza d'uomini franchi ed incorrotti capaci 
di dirgli apertamente il vero; è perchè i Re non pormo 
internarsi, non visti , ove si discute liberamente senza 
tema sugli affari dello Stato, e di chi li amministra; è 
perchè i cortigiani ingannano sempre colle lodi,* è insom- 
ma perchè 1' intrigo non dà il varco agli uomini leali 
presso i Re, e così i popoli sono traditi, sono delusi nei 
proprii interessi— E l'interesse del Principe non è egual- 
mente leso! 

Qual prò ne hanno i Principi a farsi tiranni ? talora ci 
pajono felici ma sono miseri assai, e quando sono vera- 
mente lieti tiranneggiando il popolo sapete il perchè? è che 



i5 



ignorano la condizione misera de loro sudditi, e non san- 
no che sono compri gli applausi, gli elogi e gli evviva, 
e sono compri si perchè non si veggono ne nella molti- 
tudine, ne nell'ordine civile dei sudditi, e sono sempre 
deboli perchè non nati dal cuore, cessano presto, presto 
s' estinguono e dietro di se non lasciano alcuna traccia 
d' allegrezza. E però facile il conoscere quando gli archi 
trionfali, le iscrizioni, le feste d'ogni genere sono sincere; 
se non sono tali il popolo non vi s'aggira attorno accal- 
cato, non fa moltitudine, non si getta via col corpo e 
con grida unanime, non fa quello che si è veduto in que- 
sti giorni a Roma, a Firenze, a Torino ed in tutte le 
città , borghi e villaggi tenuti dai tre Principi Riforma- 
tori. Qual criterio può avere un Re per conoscere se sia- 
no o no compre o sincere le dimostrazioni del popolo ? 
facile: dica a se stesso « Le feste che oggi mi si fanno 
da per tutto nel mio passaggio perchè prima d'ora non 
mi vennero fatte? quale novità è questa? è forse dalle 
concessioni d'indipendenza, di libertà, d'unione? certo: 
dunque al popolo mancava qualche bene se taceva, dun- 
que lo interrogherò con altre concessioni e vedrò dalle 
dimostrazioni nuove del popolo se giuste o no: se tacerà, 
sarà segno di ritirarle, di pensare ad altro ». Questo è il 
miglior criterio, che non inganna e che spaventa i con- 
siglieri non amanti della gloria del Principe. 

Ma quale terribile stato è quello del Principe che non 
vuole riordinare le leggi e che vuole il popolo oppresso! 
Non è felice, è più misero del suddito stesso, non ha mai 
quiete il giorno, non ha pace nella notte j percorrendo le 
vie del regno credesi d'aver sempre al fianco un'assassi- 
no, ravvisa negli amici un traditore, in ogni mano vede 
il pugnale omicida^ dubita e teme dei cortigiani, diffida 
degli armati e delle sue guardie, ed è costretto di mutar 
consiglio oggi, domani, sempre, di nascondere a tutti i 
proprii pensieri, di segnare con mano tremante sentenze 



i6 

di morte, di fidarsi a gente che egli stesso conosce per 
infame, ipocrita, ambiziosa, e così spaventare se stesso ed 
il popolo. — No; non ha mai una vera gioja, tutto spira 
a fior di labbro, il cuore rimprovera la mente e la mente 
l'animo, suda sangue il cuore nei giorni di tripudio e nei 
momenti in cui tutti applaudono 5 è costretto insomma di 
sbalordirsi, di ubbriaccarsi con viaggi, con feste, con 
amori*, con stravaganze, con orgie, con bandi pieni di mi- 
naccie e di esigli e di confische, egli è costretto per esser 
temuto d'incutere terrore: ma chi è costretto di ricorrere 
a mezzi così inumani e vili non è segno che in se stesso 
è già maggiore che nei sudditi lo spavento ed il terrore? 
Quale dolcezza di vivere provarono gli inumanissimi Bor- 
gia e gli Ezzelini? i Visconti, un Luigi XI, un Filippo 
secondo e quinto di Spagna, un Ludovico VII un Cro- 
mvvello ed altri viventi che sono obbligati alcuni di circon- 
darsi d'armi straniere, altri fidare nel più bassisimo volgo 
e certi di chiudersi nel fondo d'una vettura di tutto piom- 
bo e di circondarsi d'armati per non essere colpiti da 
qualche macchina infernale o da un colpo di fucile. Co- 
storo peir ambizione d' un regno usurpato sacrificano al 
più bel piacere dell' esistenza — 1' affetto del popolo — I 
Principi Riformatori d' Italia non sono di questa natura 
essi fidano del popolo perchè lo amano e confidano nel- 
l'unione, nella fratellanza e nella religione di Cristo. 

Non solamente bastano le cose discorse perchè il Prin- 
cipe buono possa fare il bene dei popoli, ma è necessa- 
rio che sia spalleggiato da ottimi Ministri se ama di sal- 
vare lo Stato, se vuole salire al lustro dell'indipendenza. 
Ministri buoni sanno fare uno stato florido sebben sotto 
Principi tristi ed inetti ; ma con Ministri cattivi al fianco 
di un Prìncipe buono non si può salvare uno Stato nei 
giorni del pericolo, ne rendere felice il popolo. Tutto a- 
dunque dipende dalla scelta di questi 5 ma è assai diffici- 
le. Più Ministri o Consiglieri generalmente seggono agli 



17 

afFari polìtici, civili, amministrativi ecc., ecc. Non tutti 
egualmente la pensano, ne in egual modo veggono le ten- 
denze dei popoli : T uno crede di secondarle , V altro di 
metterle un freno: uno è onesto e V altro no, gli altri 
talvolta indifferenti o divisi ancora d' opinione, ma la- 
sciano fare. Chi non ne vede il disordine? o che nelP a- 
nimo del Principe si fa strada il buono, V onesto e gli 
affari camminano bene, è sostenuta la dignità nazionale, 
è diffesa la causa del popolo: se il cattivo entra nelle 
grazie del Principe chi non ne comprende le miserie? ge- 
neralmente r uomo onesto non ama ne i mezzi veementi 
ne gli artificiosi ne gì' illegali ne gì' impolitici ne le ca- 
bale ne il mistero ma va subito pella gran via col cuore 
alla mano, e colla verità, non la maschera con parole di 
miele ne di adulazione, non la fa precedere ne da esordj 
ne da ambasciate, è sempre schietto, ma in causa della 
sua sincerità non gli è sempre aperto il passo alla confi- 
denza del Principe, raramente può farsi sentire. L'altro, 
il cattivo, a forza di mistero e d' intrighi, con un'aria 
compassionevole od ilare, cupa o taciturna o sdegnosa a 
seconda di ciò che vuol presentare agli occhi del Princi- 
pe se ne guadagna la confidenza, la stima 5 e dopo d'aver 
fibra per fibra scosso il cuore del Principe, datone gli as- 
salti su tutti i punti più deboli si impadronisce dei più 
minuti desideri!, ne seconda le passioni che gli conven- 
gono e ne abbatte quelle che sono contrarie al suo tor- 
naconto. Cosi vanno sovente le cose : gridano i popoli : 
ma il Principe lo ignora. Il Ministro buono si studia di 
contarne le grida, ne invoca il rimedio , ma invano: ne 
succede intanto una lotta e arcana e aperta, si fanno par- 
titi e si consiglia e si disconsiglia , lo stato va soggetto 
ad alternative di timori e di speranze, oggi si assaporano 
le promesse d'una riforma, domani torna più di prima il 
rigore, vi nasce un governo altalena, governo che ora pu- 
nisce gettandosi in braccio agli arbitrii della polizia ora 



i8 

la rimprovera d'aver passati i limiti dell! equità, ora vuole 
il popolo come amico ora diiEda e teme di questo, vorreb- 
be insomma e non vorrebbe. Il Principe posto in così mal- 
augurata alternativa può conoscere quarle è l'ingannatore? 
È assai difficile; ma prima d'ora lo era moltissimo per- 
chè la stampa non poteva ne direttamente ne indiretta- 
mente illuminare il Principe: non poteva dire « o Re, 
quel tal Ministro tradisce gli interessi della nazione , la 
impicciolisce nella vitalità politica, l'addormenta perchè 
è ligio all'antico sistema, perchè è suo interesse 5 quel- 
l'altro la tradisce perchè ingrato al favor popolare che lo 
innalzava col predicar Riforme, ora ne dimenticale pro- 
messe, s' abbandona alla -sua maligna natura e seconda 
in tutto e per tutto le trame dei perfidi, dei traditori 
del Principe, del popolo, dell'Italia. 

I Principi italiani però furono inspirati da Dio alla 
scelta di ottimi e savj Ministri i quali non tradirono la 
fiducia pubblica accordata ad essi, non ingannarono al-^ 
cuno con consigli di paura, non misero in mostra né la 
debolezza delle forze del governo né la possanza dei ne- 
mici con interminabili note diplomatiche inventate solo 
per favorire chi credesi autorizzato di dettar obbedienza 
ai Principi f. popolo italiano. 

I Ministri poi ben pensando alla gloria che ne acqui- 
stano seguendo e secondando lealmente l'opinione popo- 
lare che chiede riforme e indipendenza, e pensando allo 
sprezzo e maledizione che si accumula su loro quando 
rendono con pravi consigli il Principe soggetto allo stra- 
niero, e lo rendono nemico d'ogni legale progresso, non 
si può capire come la fragile creta dell'uomo rifugge dal- 
l'amore dei concittadini e si compiacia di essere detestata, 
aborrita. L'opinione pubblica *è oggigiorno la dispensatrice 
degli onori e della gloria: guai a chi osasse di calpestarla! 

Come l'Italia quasi per miracolo sia risorta a mal' ani- 
mo di Guizot e contro l'aspettativa e gli ostacoli di Met- 



'9 

ternìch nessuno T ignora. Ecco due Ministri che ptir fare 
r interesse, e proprio e del Principe sacrilìcano il decoro 
delle due nazioni, Francese «:d Austriaca. Melleriiicli con 
un sistema oppressivo, Guizol con quello dcll« promesse*, 
entrambi lavorano a forxii dì protocolli , ColU diflcrenza 
però che in quelli dell' Alemanno non vi entra per nulla 
l'animo dell'Imperatore, ed in quelli delF altro vi è in- 
carnata r ambizione di Luigi Filippo. Tulli e Uè com- 
pongono la triade dell'assolutismo: tutti e tre hanno ge- 
nio 5 è innegabile , ma tutti e tre temono dei popoli , 
temono del secolo che scorre come lampo innanzi di loro. 
Chi è Guizot, chi è Metternich, quale è la loro vita po- 
litica? vediamolo di volo. 

Guizot non è vecchio, nacque nel 1787: nell'infanzia 
perde ì\ padre pel furore rivoluzionario. La vita scienti- 
fica e letteria è bella , è degna di gloria 5 il suo matri- 
monio colla Paolina Meulan romanzesco: poco c'importa. 
Veniamo alla vita politica incominciata iiel 18 14 sotto 
l'abbate di Montesquiou Ministro dell'interno, facendo 
le funzioni di segretario generale; carica secondaria ma 
che egli co' suoi talenti rese decorosa, avendo contribuito 
a preparare la severa legge contro la stampa che fu pre- 
sentata alle Camere nell'anno stesso. Da quest'atto noi 
possiamo derivare il carattere che manifesta ora negli af- 
fari d'Italia, e quella paura che lui scrittore ha degli scrit- 
tori. Nel i8i5 la Camera trovavasi agitata da elementi 
eterogenei , realisti ed ultrorealisti , il Guizot segretario 
generale al ministero di giustizia sotto Barbé-Marboìs , si 
sforzò d' arrestare lo spirito assolutista dei realisti. Ora poi 
è esso assolutista. 

Venne una reazione nel Ministero e nel governo pell'as- 
sassinamento del Duca di Berry e cadde il Ministero De- 
cazés e con questo vennero espulsi dagli affari del partilo 
costituzionale Royer-Collard , Camille Jordan ed altri, e 
Guizot rientrò nella vita privata non cessando però sino 



20 

al 1828 di essere avversarlo del Ministero Villéle difen- 
dendo ora il sistema Decazés ora discutendo sulla causa 
delle cospirazioni insidiose provocate contro le istituzioni 
costituzionali. In tutti i suoi lavori combattè semgre non 
il potere ma l'abuso in se istesso. Ottimo principio se del 
potere di Luigi Filippo non fosse egli stesso T organo prin- 
cipale. Cadde il Ministero Villéle e alla vita pubblica lo 
richiamò il Ministero Martignac dandogli la sua cattedra: 
indi da quei di Lisieux fu eletto ad entrar alla Camera. 
Nella riunione presso LafEtte insistè sull'istantanea ne- 
cessità d' una commissione municipale: il 3o luglio fu 
nominato Ministro provisorio dell' istruzione pubblica; il 
3i poi leggeva alla camera il proclama che trasferiva al 
Duca d' Orléans la reggenza del regno. Il nuovo ministe- 
ro fu agitato e cadde 5 Guizot si ritirò un'altra volta da- 
gli affari, ma ricomparve alla fondazione del ministero 
del II ottobre 1882. Questa fu 1' epoca più gloriosa per 
Guizot, ebbe le felicitazioni del partito il più ostile; in 
grazia di lui furono undici mila comuni provvedute d' i- 
struzionp. Ma perchè il Ministro dell' istruzione diventato 
Ministro politico vorrebbe ora togliere all' Italia la dol- 
cezza d'un risorgimento opera d' un' avvanzata istruzione? 
non sarebbe un dar contro alla più bella creazione del 
Ministro? I motivi politici del Guizot sono diversi da 
quelli dell' uomo di lettere; tutti ne conoscono 1' azione 
non sempre ferma, non sempre uguale, ma or dubbia or 
equivoca che ebbe in Inghilterra, ne sappiamo abbastanza 
delle unioni segrete pell'interesse non della nazione fran- 
cese ma del Re e quindi lo scandalo pel matrimonio di 
Spagna; si conosce abbastanza quello che disse all' epoca 
dell' evacuazione d' Ancona e contro gì' interventi armati 
in un tempo che contradicevano i suoi bisogni politici; 
nessuno ignora quanto disse al Pontefice Pio Nono, come 
volle farsi mediatore nella questione Austro-Ferrarese, e 
come cercò d'intimorire i Principi italiani; ma sappiamo 



21 

egualmente come ora cominci a mutar linguaggio sia per 
quanto spetta all'Italia, sia pegli affari della Svizzera^ in- 
somma a ben considerare Guizot noi siamo costretti a 
non ammettere in lui quel credito di Uomo politico che 
gli anni addietro lo gridavano le nazioni. Si è mostrato 
troppo facile a mutar linguaggio, e avere bisogno di au- 
torità: egli abbraccia volontieri le occasioni per un pre- 
testo, teme il despotismo, teme Fanarcbia, teme una ri- 
voluzione in Italia, teme 1' armonia che vi è in questa 
tra governati e governanti 5 ed in tal modo ha screditato 
la Francia all'Italia, ed il Governo francese figura in fac- 
cia ai popoli senza fede politica — Fides Panica — senza co- 
raggio, senza speranza; Governo che contraddice e s' af- 
fatica nella sua inerzia! chi ne ha colpa? è il Guizot 
che cancella alla mattina quello della sera; che promette 
e abbandona: che resiste e cede; che biasima e largheg- 
gia in lodi; che offende amico e nemico. Ecco in che 
mani sono confidate le sorti della nazione francese: si 
dice che il Guizot dopo le parole di Lord Palmerston vo- 
glia ritirarsi dal Ministero\ buon per lui e per noi se non 
sarà surrogato dal Mole perchè vi sarebbe assai poco di 
che rallegrarsi: ma Guizot starà al posto perchè ora la 
Francia è nazione di nome e non di fatto. Le discussioni 
alle Camere già lo palesano: I discorsi pronunciati hanno 
tutti dell'eloquenza, sono poetici in Vittor Hugo, spiri- 
tualistici in Montalembert, fascinatori in Guizot, eclettici 
in Cousin 5 e l' Italia così è giuocata tra la filologia e 
la dialettica , ed i sofismi ! 

Metternich non è uomo di lettere come Guizot ma 
è uomo tutto politico. La carriera sua ha origine dal 
1794 al congresso di Raistad : nel 1806 rappresentò 
r Austria alla corte di Napoleone. E noto al mondo 
quanto fosse misera allora la posizione austriaca; smem- 
brata ed impotente dovette collegarsi colla Russia: Met- 
ternich vedeva una prossima totale rovina e da abil*; 



politico cercò di entrar nelle grazie di Bonaparte e 
vi riuscì: ciò succedeva nel mentre che lisciava la 
Russia e 1' abboniva con vezzi e promesse, e così addor- 
mentata insisteva perchè si fondasse tra Francia ed Austria 
un sistema di reciproca difesa contro il gabinetto Russo: 
gli andò fallito il progetto e ancora fatto amicizia coll'In- 
ghilterra addormentò a sua posta con ogni sorta di ma- 
nierosità e gentilezze la Francia. Nel 1809 trovava»! a 
Parigi colla confidenza di Napoleone; ma il suo Governo 
aveva bisogno una rottura e Melternich si prestò assai be- 
ne, sicché si fece cacciar da Parigi; ma non passarono 
due mesi dalla disfatta a Wagram che l'Austria vedevasi 
costretta a chieder la pace, e la chiese con umiliazioni; 
la grazia fu ottenuta pelle finezze di Metternich che già 
aveva saputo riamicarsi Napoleone e lo obbligò poi più 
strettamente all'Austria col matrimonio di Maria Luigia. La 
Russia è giuocata; ma non apertamente da Metternich, esso 
tira sempre un doppio dado, ascolta le proposizioni di tutti 
i Gabinetti e finisce per decidersi ancora contro Bonaparte. 
Gli anni i8i3-i4 saranno sempre memorandi per i fatti 
d'arme avvenuti. Metternich fu nei giorni della battaglia 
di Leipzig partigiano sincero pella conservazione della 
dinastia Napoleonica perchè diffidava della Russia e la 
temeva vicina; ma accortosi che non era più tempo 
di tenere per Napoleone perchè era fuori di via e lo 
abbandonnava la fortuna, s'unì di cuore alle altre potenze 
e nel congresso di Vienna sostenne con vigore l'interesse 
particolare dell'Imperatore Francesco. Congresso fatale al- 
l'Italia perchè le fu tolto ogni mezzo di speranza trac- 
ciando i limiti d'una divisione tutta politicamente arbi- 
traria e non naturale. Si vide allora mutilata la Francia, 
la Prussia capriciosamente costituita, l'Italia legata capo 
e piedi e mani all'Austria, militarmente cioè e con se- 
grete intelligenze, la Polonia schiacciata e dispersa, il 
Belgio aggiogalo all' Olanda 1 



a3 

Dopp il i8i5 che cosa fece il Gabinetto aulico diretto 
ed influenzato dal Metteniich? non fece altro che intro- 
mettersi negli affari altrui, o con note diplomatiche o con 
interventi armati, e desiderare T occasione di movimenti 
politici in Italia onde avere il pretesto di reprimerli e 
mostrare a tutto il mondo che la pace dipende, se fosse 
vero, dalla bilancia austriaca; Le varie agitazioni del Pie- 
monte, di Napoli e le insurrezioni della Romagna ebbero 
r Austria non solo alle porte ma nei focolari. La Craco- 
via conosce ora la ragione del più forte 5 la Polonia fre- 
mente sotto un triplice potere muore d' una longa e san- 
guinosa agonìa 5 gli ammutinamenti sanguinosi delle vie 
di Parigi, F effervescenza della stessa AUemagna, Tindi- 
pendenza Ungarica , la sollevazione Greca danno a Met- 
ternich un pretesto per un linguaggio ora ostile ora paci- 
ficatore. Non è però mai dominato da un principio co- 
stante in quanto alle relazioni tra Gabinetto e Gabinetto^ 
il suo principio che è costante è quello dell'imperare sui 
popoli; del resto agisce sempre alla giornata, e così teme 
della Russia che tenta d' ingrandirsi a spese della Porta ; 
ha spavento dalla rivoluzione di luglio avvenuta a Parigi, 
ma si tranquillò tosto trovando conveniente di abbandon- 
nare le ragioni del re scaduto per riconoscere Luigi Fi- 
lippo. Dopo di ciò che fa? segna a Londra un trattato 
colla Prussia, Inghilterra e Russia contro il Rascia d'E- 
gitto, e n'esclude la Francia amica. Qui havvi errore mas- 
simo di politica, comprendere la Russia che sino dal 1824 
ne conosceva le intenzioni d'ingrandimento a danno della 
Porta! Che gì' importa 5 obbedisce alle occasioni del mo- 
mento, e veduto il dispetto della Francia per essere stata 
esclusa, conviene, nuovamente con essa di reciproca unione 
peli' affare di Spagna che tutti conoscono : e cosi abban- 
dona l'Inghilterra: Oggi vuole intromettersi nelle cose 
d'Italia; gli piacerebbe qui e nella Svizzera un'intervento 
armato 5 scrive a tutti i Gabinetti più dominanti , poco 



3 4 

ottiene ma cerca d'imporre. Che ae sarà in avvenire di 
questo personaggio che si è preso il carico di fare la po- 
lizia air Europa, di mantenere l'Italia in una posizione 
terziaria? L'uomo di slato dovrà cedere una volta: l'opi- 
nione dell'indipendenza non è unicamente italiana, ^* di 
tutti i popoli, e si trova in Ungheria, nella Croazia istes- 
sa, a Vienna sotto gli occhi del grande Ministro. Non è 
più prudenza ne saviezza ne abilità 1' opporvisi. La diplo- 
mazia Aulica è vecchia, ha commesso tròppi errori 5 non 
è più capace di immobilizzare il presente ; sono ormai 
nulli gli espedienti, essa è priva di fede, d'energia e di 
moralità. Se Metternich, tanti anni si mantenne al posto 
che occupa giornalmente è innegabile averlo esso soste- 
nuto perchè ebbe del genio. Anche un principio cattivo 
sostenuto a longo fa la gloria di chi ne è capo : ma se 
l'Austria avesse goduto i privilegi d'una stampa libera, i 
giornali dell* opposizione avrebbero perdonati gli errori di 
Metternich? 

Gregorio xvi e Pio ix sono uno l'ombra, il fato l'altro, 
dell'uomo di Stato: Metternich e rimasto sempre al 181 Sj 
l'Italia e il mondo invece lo hanno sopravvanzato di tren- 
tatre anni. La politica d' allora non può più essere quella 
d'oggi: gli uomini vogliono ora vedere da se e ragionare 
da per se, ed il principio dell'assolutismo, delle conqui- 
ste e della barbarie è vinto dall'opinione che regna in 
tutti i cuori, in tutti gli animi ed in tutte le intelligenze 
perchè dal passato edotta e del presente signora. Metter- 
nich nulla sa di tutto questo o almeno lo finge , anzi 
vogliamo persuaderci che Egli agiva in buona fede e pel 
suo principio quando a Gregorio xvi inviava un tremendo 
memoriale ove lo consigliava sulla necessità delle popolari 
elezioni come fondamento delle assemblee comunali e pro- 
vinciali, ove chiedeva che statuisse una giunta perjchè ogni 
ramo d' amministrazione rivedesse 5 faceva sentire il biso- 
gno di doversi ammettere i laici a qualunque dignità e 



25 



di creare un consiglio di Stato non più di preti^ ma dei 
più ottimi cittadini. Gregorio non dava retta ai consigli, 
ma nemmeno rifiutava l'amicizia dell'Austria che anzi si 
legava sempre più devoto di giorno in giorno. Chi non 
avrebbe allora lodato il Gabinetto Aulico? ma erano sin- 
ceri gli avvertimenti? Il seguito ci mette in dubbio; Met- 
ternich cerca di opporsi a quello che sotto Gregorio desi- 
derava; si oppone alla Guardia Civica che già esisteva: è 
vero non in ordine, non armata, non addestrata come oggi 
giorno, ma ciò dipendeva da un cenno del Regnante; sì 
oppone a quasi tutte le Riforme di Pio IX vedendovi 
in queste il germe di una grande rivoluzione. Ma Pio IX 
è grande e non si lascierà certo ingannare dallo straniero, 
non gli concederà mai di passare ne suoi Stati per andare 
a far massacro d'Italiani. 

Allora esortava di togliere gli abusi, e adesso abusa egli 
d'un principio che si da per se stesso erogato; allora esor- 
tava a dismettere dalle ingiustizie per timore che la di- 
sperazìoqe suscitasse nel centro d'Italia un fuoco perenne 
e con pericolo dell' Austria ogfii volta che si fosse a tutta 
la penisola irradiato : ora poi che il Pontefice senza con- 
sigli ma di cuore ha messo pipiego alle ingiustizie, agli 
arbitrii, ai soprusi, è che rese impotenti i nemici del- 
l'ordine, che ha creata una perfetta armonia tra se ed i 
suoi sudditi buoni, e tolse cosi ogni appiglio per un'in- 
tervento armato, si mostra ostile al Papa ed hai princi- 
pii di Riforma ed a quanto egli stesso nel i83i professa- 
va. Chi intende questa politica per buona ? Vi è certo 
un principio sottile, sottile che passa non visto, che tocca 
ma non uccide, che sconvolge e sovverte ogni idea di 
grandezza. Vi è un genio malefico che si oppone al risor- 
gimento delle nazioni, e s'interna in tutti gli animi de- 
boli; coir oro li compra, coli' ambizione li accieca e col 
ferro li incatena o li ammazza se resistono. I Principi Ita- 
liani sono attorniati da nemici d' ogni genere : sia sempre 



26 

a loro occhi presente la congiura di Roma scoperta si può 
dire da Ciceruacchio, preparata nelle tenebre, affigliata 
forse, anzi certo in più parti d'Italia! Per questa gli au- 
striaci campeggiarono in Ferrara, vi entrarono non aspet- 
tati ! Ora grazie al cielo ed alla energia del Pontefice è 
quistione finita: la pietra dello scandalo è smossa, è di- 
spersa; tutto è in apparenza nell'ordine primitivo: Infatti 
doveva essere così, era stata un'imprudenza, e l'impru- 
denza volevasi coonestare con degli appigli grammaticali, 
volevasi prima rimettere la decisione in mano legali, poi 
sì cominciò a soffisticare sul vocabolo place, e si scagliò 
per sopra più ogni colpa sul generale Radetzkj. Ma per- 
chè ricordare dal i8i5 solo il ly luglio 1847 "^ *^^ ^^" 
ritto? Perchè poi ricordarsene con apparecchio ostile, en- 
trar di soppiatto e con pretesti offendendo persone e cose? 
mendicar diritti di pattugliare in Ferrara d'occuparne le 
porte, e tenerla in istato di assedio? E la Francia che 
disse? nulla! che disse la I^'rancia della Cracovia? nulla! 
e questa nazione che pretende il primato sulle opiniojii , 
che tace su fatti che né un Attila, né un Genserico avreb- 
be commessi avrà ancora il dritto di dirsi nazione indi- 
pendente ? — Possa scuotersi ^al letargo. 

» La questione austro- ferrarese non era una questione 
locale, o dinastica, o nazionale come alcuni si davano a 
credere; ma era una questione europea, una questione 
di diritto pubblico. Si trattava di sapere se nel diritto 
internazionale d'Europa, se nel diritto di proprietà ed 
autonomia territoriale alcune leggi vi erano per i Prin- 
cipi di piccolo Stato, alcune altre per i reggitori di grande 
monarchia: si trattava di vedere se un Principe abbia la 
facoltà di decidere in suo prò una controversia risultante 
dalle formole incerte, equivoche, non perspicue di un trat- 
tato, mentre i privati portano le loro controversie all'ar- 
bitrato di un terzo o alla decisione di un tribunale : si 
trattava di vedere se la forza materiale fosse per prevalere 



alla forza morale, l'apparato dei cannoni e delle milìzie 
alla pubblica opinione, il diritto del bone al diritto della 
giustizia, la maestà imperiale al Servo dei serti di Dio. 
Ecco le grandi questioni che s' invisceravano al fatto del- 
l' occupazione di Ferrara i ecco le grandi questioni che la 
opinione pubblica ha già disciolte, e che la diplomazia 
era chiamata a disciogliere, che" era desiderio ed opina- 
mento d'ognuno eh' ella non riparandosi nelle sue formo- 
le o facendosi scudo di sue cavillazioni , nettamente e 
onestamente sciogliesse. 

La questione adunque fu sciolta pacificamente: ma è 
sincera la ritirata, od è un mezzo per guadagnar tempo 
e concentrare poi tutte le forze armate sui varii punti 
d' Italia più importanti e impedire che i Principi rifor- 
matori s'innalzino con i sudditi loro a quell'indipendenza 
che già gustano e che sperano di vieppiù convalidare eoa 
i reciproci legami d' unione e frattellanza tra Città e Cit- 
tà, tra Provincia e Provincia, tra comune e comune? 
Alcuni lo pensano, e non pochi temono d'una guerra. 
Ce ne scampi il Cielo: la pace è il miglior bene pelle 
nazioni, essa è necessaria all'Europa, naturale all'Italia: 
un intervento poi di qualunque Governo nelle altrui 
questioni , è la cosa più ingiusta e pericolosa , politica 
strana ed infame che offendevi più nobili, i più cari sen- 
timenti, V indipendenza e la nazionalità. Ma l'Austria è 
sorda 5 è fida ai pretesti e per i pretesti continua ancora 
a pattugliare in Ferrara. In che cosa credere inevitabile 
una guerra? forse in quell' andamento di protocolli che 
sì scambiano a vicenda le grandi potenze dacché l' Italia 
parte si è rigenerata e parte è vicina a godere del bene- 
ficio? si: forse per quel timore che apertamente mostra 
il gabinetto Aulico sulla posizione della Lombardia? si: 
forse nella volontà palese di resistere all' ultimo sangue 
per mantenere quel primato che le venne fino ad ora ac- 
cordato dai Principi italiani? sì, sì. Dato il caso d' una 



28 

guerra con quali mezzi iiitent crassi agli italiani? con ogar 
mezzo , anche illegale : e mancherà forse a noi allora for- 
za, energia, volere ed unione per opporsi? no: siano pure 
collegate assieme Francia e Germania , non dissenti pure 
la Russia, abbia pure la Prussia interesse che taccia 
ovunque V entusiasmo d' indipendenza nazionale, ma nes- 
suna di queste potenze , nieno che non voglia tradire alla 
propria fama non si muoverà mai con armati contro 
r Italia. Gli interessi dell' una non sono quelli dell' altra, 
se le avvicinano tra di loro i rapporti di Gabinetto, li 
allontana poi 1' interesse nazionale , e quell' incertezza 
che sempre nasce tra fatto e fatto; la Svizzera era mi- 
nacciata da un'intervento da parte dell'Austria, parca 
sulle prime che la Francia fosse dello stesso parere; ma 
inteso il franco linguaggio dei liberi figli di Guglielma 
si contentarono di intermediarsi quali pacificatori ed è 
anche ridicola cosa che ancora pretendono di consigliarli 
alla pace a pace fatta. E V Inghilterra ad un' intervento 
armato in Italia starebbe colle mani alla cintola ? Non si 
créda già che poco possa come potenza di terra perchè 
tutta marittima : avrebbe sempre una parte ihiportante 
percorrendo i mari che spalleggiano l' Italia, incrocciando 
i bastimenti di guerra e mercantili delle altre nazioni , 
entrando nei varii porti e portare così disordine a disor- 
dine. Noi speriamo di mai vedere un tale disastro; spe- 
riamo che l'Italia potrà fare da se; e lo speriamo di fer- 
mo quando tutti saranno convinti della grandezza che 
apporta ad uno Stato la indipendenza; e speriamo che 
anche quei pochi che mostransi tardi ad ammettere le 
nuove Riforme e che sono contrarii ameranno di vivere 
piuttosto nella solitudine delle idee loro che dar mano 
allo straniero invasore. No: non è possibile che costoro 
vogliano farsi i Giuda della patria, avere la maledizione 
dei secoli. Se ora sono nemici diventeranno amici il giorno 
destinato alla battaglia contro il ferro del barbaro: e li 



29 

perdoiieTcmo se nel di della vittoria non vorranno darci 
il bacio della concordia, della fratellanza. Gli italiani ab* 
biano agli occhi gli ultimi assassinamenti di Milano e di 
Pavia ! Dato per certo V attacco dello straniero sarebbe 
sempre dubbioso sul principale punto strategico, e la via 
che terrebbe molto incerta nella riuscita come lo ha bel- 
lamente dimostrato il nostro Cesare Balbo 5 di più noi 
conosciamo dai calcoli fatti dal Durando e dall'Anonimo 
Lombardo e da altri quale squilibrio finanziero vi regni, 
cosa di non poco rilievo in tempi di guerra *, di più an- 
cora è oggi mai conosciuta V impossibilità d' un gran 
numero disponibile d' armati dovendosi in gran parte te- 
nere in guernigione nei siti temuti rivoltosi. Questi svan- 
taggi non possono non calcolarsi dall' inimico, e qualora 
non li credesse di peso, ma volesse internarsi in una guer- 
ra noi avremo sempre in nostro favore l'opinione pubblica, 
opinione che non è unicamente esclusiva degli italiani ma 
di quasi tutte le nazioni incivilite. Quest'opinione che ha 
già creato dei prodigi per noi, combatterebbe ancora per 
noi 5 e quest'opinione si trova non solo nel cittadino ma 
nel soldato perchè il soldato nasce prima cittadino e ces- 
sato il servizio ritorna cittadino. Il gabinetto Aulico la 
conosce già quest' opinione e sa quanto è potente ed in 
conseguenza di questa va facendo delle concessioni alla 
Galizia, all' Ungheria e si dispone pel Tirolo. Si crede 
che vi sia indotto dal pensiero d' aver queste genti ami- 
che pel di della battaglia contro di noi che ci vantiamo 
d' accordo coli' opinione e volontà dei nostri Principi. — 
Ma e vorranno gli Ungheresi , i Tirolesi , i Galiziani scor- 
dare il dispotico linguaggio che loro teneva saran due anni 
il Metternich quando umilmente supplicavano per alcune 
giuste Riforme? il soldato non si dimenticherà mai d'essere 
stato cittadino ed aver comuni i sentimenti, i bisogni dei 
cittadini 5 e non è supponibile che voglia far guerra ad 
un principio che s' incarna nell' esistenza della nazione di 



3o • 

lui, ueir anima de' suoi figli, de' suoi genitori! sarebbe 
veramente un atto rimarchevole nella storia contempora- 
nea una contraddizione di fatto mentre vi è armonia di 
principio. Andar a distruggere o almeno tentare in casa 
d'altri quello che si difenderebbe in casa propria a tutto 
sangue! e quale sarebbe quel soldato a cui si chiamasse 
se preferisse d'esser membro d'una nazione indipendente, 
o d'una schiava, amasse d'essere legato a questa! Quando 
i soldati conosceranno ben bene le intenzioni degli italia- 
ni non gli faranno guerra ma faranno causa comune. 
Tocca a noi tutti di educarli ai sentimenti dì nazionalità; 
tocca a noi di metter sott' occhio ogni cosa e dirle a se 
voi oggi sarete vincitori d' un popolo che si batteva per 
quello stesso principio che volevate sostenuto nella vo«tra 
patria, sarete voi certi che quella stessa mano che vi 
additava la battaglia non sottoscriva poi la vostra schia- 
vitù? temete o soldati cittadini: voi siete ingannati: se 
gli italiani non hanno il vostro linguaggio, hanno, cuore 
grande pari al vostro, hanno un cuore che batte come 
quello di voi ogni volta che vi sentite animati dalla cau- 
sa dell' indipendenza : siateci fratelli. 

È bensì vero che al soldato sì nasconde generalmente 
il giusto fine per cui lo si spinge alla guerra,* che anzi è 
studio dei condottièri il predisporlo sinistramente verso 
rinimico, e così trascinarlo alla battaglia con uno spirito 
di vendetta; e disciplinano in tal modo il soldato che 
come una macchina meccanica si muove: ma saranno 
ora tutti così i condottieri? ed è supponibile che il sol- 
dato sia ancora stro mento di dispotismo e che tema se 
non ubbidisce ciecamente? è passato il tempo dell' obbe- 
dienza cieca! almeno dovrebbe essere così. Dato anche che 
il soldato per quell'abitudine che contrae nei primi giorni 
di servizio servisse alle intenzioni del Gabinetto avverso 
all'indipendenza Italiana, quale diversità vi sarebbe tra 
lui non convìnto di battersi per una buona causa e quello 



3i 

che sa doversi battere pel sacro saato dovere di patria e 
d'indipendenza? Il numero allora soggiace alla ragione 
dei pochi,- vien meno l'ardire, ed i Governi con tutto il 
loro imponente apparato di guerra dovranno alla fin fine 
concedere quanto non vollero nei momenti di pace. Se un 
Radetzky non avesse ingannati i soldati sarebbero forse 
stati tanto inumani ? ma il Ficquelmont ed il Radetzky 
continueranno ad ingannarli perchè troppo avidi di san- 
gue innocente! 

I soldati italiani si mostreranno poi degni del nome 
che si guadagnarono sotto l'Eroe di Marengo? e chi po- 
trà dubitarne? tutto è in essi forza, energia, valore e 
amore peli' indipendenza: -tutto è in essi, principio civile, 
educazione e ambizione di gloria 5 ed i capi dovranno per- 
suadersi, non essendolo forse ancora, che s'avvicina l'e- 
poca in cui devono essere identici gl'interessi di tutti i 
popoli, identiche le simpatie e le antipatie. Tutto in Ita- 
lia è frutto del pacifico progresso dell'intelligenza protetta 
e favorita da Savj Principi in alcune contrade, dal pro- 
prio genio in altre. La massa in Italia sebbene con im- 
mensi sforzi , è educata 5 il soldato abbiamo detto sorte 
dal popolo, è prima cittadino, ed è perciò 'passato dalle 
mani degli educatori infantili, delle scuole cristiane, ha 
fatto parte delle corporazioni d'arti e mestieri , ha inteso 
a discutere della bontà delle nuove Riforme, si è mischiato 
nei colloquii tenuti dopo e prima i congressi scientifici, 
non è ignaro dell'esistenza d'alcune associazioni, ha im- 
parato a conoscere il modo di sortire dal volgo, e vide 
che il ricco, il dotto, lo scienziato, lo apprezza quando 
in esso riconosce il desiderio del bene, che fa ed agisce 
col cuore e che mostrasi onestamente esaltato all'amore 
di patria e di gloria. 

Gl'interessi del soldato son quelli della nazione: il sol- 
dato Italiano li conosce, è orgoglioso del nome di Italia- 
no, ed è certo che nel dì della battaglia non verrà mi- 



3^ -^ 

ìiore a se stesso Si^ bisogna sperarlo e non sgomentarsi 
da alcune manifestazioni accadute in varie città. Egli fu 
preso all'improvvisa, non ebbe tempo a ragionare: ma ora 
che la calma va dominando qua e là, ora che lo spirito 
maligno degli oppositori alle Riforme va cedendo siamo 
certi che non si rinnoveranno più in nessun luogo i tristi 
casi di Parma, di Lucca, di Modena , di Livorno ed al- 
trove. Il soldato che si scaglia contro il pacifico cittadino 
è indegno del nome di soldato: il carnefice, il parricida, 
l'omicida non sono soldati no! ed è parricida, è carne- 
fice, è omicida colui che si scalena con furore in mezzo 
una pacifica riunione che con mezzi moderati chiede Ri- 
forme e festeggia i Principi cho* le concedono. Doniamo 
però r onore a chi tocca: a Parma, a Lucca, a Modena 
ecc. ecc. erano forse i militi educati a nobili e generosi 
sentimenti, quelli allevati a buona disciplina, od erano 
invece agenti di polizia, dragoni, carabinieri! La linea, 
meno eccettuati alcuni pessimi individi, non fu mai in 
niuna parte disapprovata pel contegno e decoroso procedere: 
ovunque sì gridò ^^wa la linea! e mai viva' la polizia, 
viva i carabineri, viva i dragoni. E non è questo un se- 
gno ehe sono corpi incancreniti? I Principi riformatori han- 
no anch'essi riconosciuti gli abusi di cotesti corpi e gli 
arbitrii, hanno riconosciuti giusti i reclami dei popoli con- 
tro di essi e lodevolmente riformarono anche costoro con 
ordini severi, con una nuova disciplina e colle minaccie 
di severe punizioni se caparbi nella strada del mal fare. 
I soldati Italiani adunque si batteranno contro lo straniero 
invasore e non volgeranno le armi contro i petti dei loro 
concittadini. 

E poi lecito l' ingiuriare lo straniero come si usa da 
molti? Io credo di no: l'ingiuria accresce il dispetto e 
la rabbia, mette sempre un maggior ostacolo all'inten- 
dersi e l'uomo il più pacifico del mondo sentesi animato 
ad agire. I nemici si fanno diventar amici colle ragioni, 



^- 33 

coir esempio di moderazione, colie parole di fratellaniat e 
non con gl'insulti. Nessuno deve esserci straniero negli af^ 
fetti ,• nessuna nazione la dobbiamo giudicare nemica di 
noi, né colpevole se ci disfida perchè di quanto si ordisce 
e si fabbrica nei gabinetti ministeriali non devesi impu- 
tare al popolo, al cittadino, al soldato. E adunque in- 
giusto, intempestivo e dannoso alla causa dell' indipendenza 
quell'odio che professano certuni contro gli Austriaci, l'o- 
dio non deve essere contro le persone, ma se vuoisi con- 
tro il Governo che si mostra eccessivamente nemico del 
risorgimento Italiano. I soldati sono le vittime! — Infelici! 
Prima di por fine al tenue lavoro siaci lecito di do- 
mandare se vi siano dei casi in cui non solo si possa ma 
sia anzi dovere l'infrangere i trattati sottoscritti tra po- 
tenze e potenze. Noi siamo per il sì, cioè, lo crediamo 
un' obbligo massime in quei casi dove Venne fatta degli 
stati una divisione arbitraria non considerando gli interessi 
dei popoli ma quello unico dei Governanti, non conside- 
rando né l'indole né i bisogni né la natura del clima 
che fa i popoli dello stesso sentire tra di loro, ma una 
politica individuale speculativa; lo crediamo poi giusto 
dall'esempio della storia, dagli esempi che ci diedero più 
volte li stessi politici. Così che dipartendosi da questi prin- 
cipii crediamo dovere che una nazione soccorra un* altra 
nazione quando parlano i medesimi interessi: crediamo 
poi giustizia, obbligo, carità il soccorrere quelle genti che 
hanno il medesimo linguaggio, che respirano sotto lo stesso 
cielo, che sono riscaldate dallo stesso sole e che per un 
giuoco o pretesto politico, o per una di quelle storte ra- 
gioni , che chiamansì collo specioso titolo Ragioni di Sta- 
to, non godono delle stesse leggi Riformatrici, ma sono 
tenute sotto il giogo, sono disanguate negli averi e sono 
sacrificate nell' intelligenza, gli Italiani sono tutti fratelli, 
tutti figli d'una stessa madre, d'una stessa terra ed è ingiu- 
stizia che gli uni siano trattati come figli degeneri, che gli 



34 ^-^ • 

altri lo siano come orfani sotto un'infamissimo tutore, che 
parecchi lo siano come schiavi e che pochi godano il privi- 
legio del figlio primo-genito. Sì è ingiustizia, e solenne 
e massima che non tutti siano chiamati a parte dell'ere- 
dità paterna. I trattati non devono essere eterni, ma sem- 
pre eccessionali , le circostanze ed i tempi devono modi- 
ficarli, cambiarli, annientarli: mantenerli sempre è lo 
stesso che volere la barbarie , perchè i trtittati quando 
sono r esecuzione d' un patto tra forti e forti non fanno 
mai la tutela del debole, il debole è vittima invendicata, 
ed è solo l'unione, l'armonia tra deboli e deboli che può 
costituire fortezza. Italiani, fratelli, noi siamo deboli, unia- 
moci, saremo forti. 

E quello stupendo trattato del i8i5 che passa di bocca 
in bocca, che giuravasi dai Potenti eterno non fa ora una 
bella mostra di caducità? chi non ne conosce le muta- 
zioni che ha subite d' allora in poi? è vero che le mu- 
tazioni vennero sempre sotto vario colore e con pretesti 
più ridicoli che veritieri coonestate, è vero che si prete- 
sero rivolte da sedare ove non esistevano, che non si ra- 
gionò ai deboli ma si comandò sovente, che si promise 
il ritorno all' ordine primitivo qualora 1' intervento, la 
forza avesse sedati i supposti tumulti , tumulti che non 
cessarono mai perchè interesse del forte il suscitarli se- 
gretamente: ma e ciò non mostra l'irragioncvolezza dei 
trattati! e chi furono poi i primi a sciogliere, a infrangere 
i patti se non coloro che tra i primi s' erano obbligati 
di mantenerli. Ecco V abrogamento dei trattati nella re- 
cente distruzione della Cracovia ! la Francia non espulse 
la primogenita linea dei Borboni quantunque il trattato 
del i8i5 paresse specialmente prò vedere per essa? il Por- 
togallo non ha cambiato la sua dinastia? il Belgio non si 
è forse diviso dall'Olanda? non è forse risorto un nuovo 
regno di Grecia? l'Egitto è forse ancora" devoto come un 
tempo alla Porta? e 1' Algeria per qual fine è battagliata 



35 
dalla Francia? e perchè V Inghilterra va a molestare i 
dolci sogni della China? dove sono, mantenuti i patti della 
misera Polonia! e non è cessato il Ducato di Lucca? non 
scomparve d'Italia il nome di Maria Luigia? e per ultimo 
crollo i tre Potentati dell' Europa orientale non hanno 
forse proclamato la loro completa indipendenza dagli ob- 
blighi imposti dal benedetto trattato della Santa alltiuiizal 
e non è questa una prova che non dtjvono essere eterni i 
trattati se i Potentati stessi non vogliono esservi rattenuti, 
comunque solennemente giurati? E peli' Italia nostra non 
esisterà mai la legge delle mutazioni? I tempi, le circo- 
stanze mutano ogni cosa. Il tempo e la circostanza pel- 
r Italia è venuta. 

Il risorgimento dei tre Stati italiani e dovuto ai tre* 
Magnanimi Principi, Pio nono, Leopoldo secondo e Carlo 
Alberto. Ed in contracambio di tanto benefìcio che cosa 
dovranno loro i buoni italiani, quegli italiani che hanno 
sospirato quest'epoca avventurosa? Dovranno servire la 
patria e difenderla chi col valore, clii coli' intrepidezza , 
chi colla persona, chi coli' esempio, chi con i consigli, 
chi colla prudenza, chi colla liberalità, chi collo studio, 
chi col sacrifizio dei beni, delle sostanze, dei figli 5 t\itti 
insomm.a dovranno adoperarsi per tanta generosità che 
l'ottenerla colla forza sarebbero costate amare lagrime a 
molte famiglie, a molti innocenti 5 che 1' ottenerla senza 
di Essi s' avrebbero dovuto vedere ancora anni ed anni, 
e forse chi sa se il desiderio degli italiani non sarebbe 
rimasto tra i bei sogni d'una vergine mente! Oh si! noi 
dobbiamo tutto sacrificare alla gloria dei tre Principi e 
di quanti li imiteranno. Difendendo la patria noi salveremo 
Essi dalle trame degli interni nemici e renderemo infrut- 
tuoso qualunque attacco dello straniero — Il mondo è ina- 
spettativa — Possa il Re delle due Sicilie convertirsi e farsi 
italiano: pensi di cuore che il sangue chiede sangue! — 
VIVA L' ITALIA. 



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